ROMANO - Sì, anche se per me il simbolo è molto importante, mi aiuta a portare avanti il mio messaggio, « proprio mio ». Poi il simbolo di per sé accentua l'ambiguità di certi atteggiamenti da me voluti. La realtà che vivo è molto brutta, socialmente e individualmente; comunque esiste la voglia di cambiare, è un dato di fatto. Soffro molto, una sofferenza interiore che mi porta a disegnare in un dato modo. Spesso mi veniva criticata la scelta di soggetti tristi, mi si consigliavano soggetti allegri: assurdo. Ad un artista non si deve imporre un soggetto, occorre analizzare invece il suo operato, con la partecipazione totale dell'artista stesso, io credo nell'Arte, senza di essa non potrei vivere, me ne rendo conto; è l'unica cosa alla quale non posso rinunciare perché mezzo da me scelto per migliorare la nostra società. L'artista è colui che vive di passato, vive nel presente e si proietta nel futuro. Voglio riuscire a proiettarmi nel futuro, e se non ci riuscirò, avrò almeno tentato.
CARBONE - Mi pare che questa conversazione, priva di artifici e mascheramenti, sia stata molto utile per tutti e due. A questa conversazione ha assistito Salvo Spitalieri, amico di Salvatore Romano, e mio. Ecco, voglio chiedere a Salvo che cosa ne pensa di questo modo di scavalcare la tradizionale « presentazione » in catalogo da parte del critico d'arte, per dare più libero spazio alle opinioni e convinzioni dell'artista rispetto al proprio lavoro.
SPITALIERI - A me va bene questo tipo di rapporto, cioè che la critica conosca bene sia l'artista che la sua opera. Anch'io voglio dire qualcosa su Salvatore Romano, mio amico. Egli vive in un mondo dominato dalla nevrosi, dove la vita scorre con un futuro povero. Romano cerca di recepire i momenti della vita, osservando tutto ciò che lo circonda, sensibile ad ogni circostanza che impone attenzione e sacrificio. La sua grafica si imposta su due dati fondamentali: uno è quello costituito dall'abile uso del «puntino», l'altro riferito all'elemento psicologico dell'uomo che vive nel suo ambiente-spazio; vive il suo spazio con le cose; vive la sua ambiguità come essere e non «esserci »: un gioco nevrotico ma quasi mortale per una riuscita intensa di sé e del proprio lavoro.

Palermo, 12 dicembre 1980.

Colloquio e registrazione
a cura del CENTRO
INTERDISCIPLINARE

di DOCUMENTAZIONE E DI RICERCA
INTERCULTURALE
Via Antonio Lo Bianco, 8 - Palermo
 

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