| ROMANO
- Sì, anche se per me il simbolo è molto importante,
mi aiuta a portare avanti il mio messaggio, « proprio mio
». Poi il simbolo di per sé accentua l'ambiguità
di certi atteggiamenti da me voluti. La realtà che vivo è
molto brutta, socialmente e individualmente; comunque esiste la
voglia di cambiare, è un dato di fatto. Soffro molto, una
sofferenza interiore che mi porta a disegnare in un dato modo. Spesso
mi veniva criticata la scelta di soggetti tristi, mi si consigliavano
soggetti allegri: assurdo. Ad un artista non si deve imporre un
soggetto, occorre analizzare invece il suo operato, con la partecipazione
totale dell'artista stesso, io credo nell'Arte, senza di essa non
potrei vivere, me ne rendo conto; è l'unica cosa alla quale
non posso rinunciare perché mezzo da me scelto per migliorare
la nostra società. L'artista è colui che vive di passato,
vive nel presente e si proietta nel futuro. Voglio riuscire a proiettarmi
nel futuro, e se non ci riuscirò, avrò almeno tentato.
CARBONE - Mi pare che questa conversazione,
priva di artifici e mascheramenti, sia stata molto utile per tutti
e due. A questa conversazione ha assistito Salvo Spitalieri, amico
di Salvatore Romano, e mio. Ecco, voglio chiedere a Salvo che cosa
ne pensa di questo modo di scavalcare la tradizionale « presentazione
» in catalogo da parte del critico d'arte, per dare più
libero spazio alle opinioni e convinzioni dell'artista rispetto
al proprio lavoro.
SPITALIERI - A me va bene questo tipo
di rapporto, cioè che la critica conosca bene sia l'artista
che la sua opera. Anch'io voglio dire qualcosa su Salvatore Romano,
mio amico. Egli vive in un mondo dominato dalla nevrosi, dove la
vita scorre con un futuro povero. Romano cerca di recepire i momenti
della vita, osservando tutto ciò che lo circonda, sensibile
ad ogni circostanza che impone attenzione e sacrificio. La sua grafica
si imposta su due dati fondamentali: uno è quello costituito
dall'abile uso del «puntino», l'altro riferito all'elemento
psicologico dell'uomo che vive nel suo ambiente-spazio; vive il
suo spazio con le cose; vive la sua ambiguità come essere
e non «esserci »: un gioco nevrotico ma quasi mortale
per una riuscita intensa di sé e del proprio lavoro.
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