| Presentazione
della Mostra Personale alla Galleria Teorema del 1987
Dunque nello spicilegio, nell'ampia raccolta di disegni a china eseguiti
da Salvatore Romano, trentenne artista di origine palermitana, si
colloca una particolare pagina rivolta alla partner dell'uomo. A stimarlo
utile, col fine dell'agevolare di queste raffigurazioni osées
(ma non troppo audaci: più turbate che turbanti) una lettura
su base aneddotica, non dovrebbe risultare eccessivamente arduo il
passaggio dall'Intreccio alla fabula, ossia il dare un ordine spazio-temporale
alla narratività, ad una che ruota intorno
alla femmina (costei generalmente in meditazione piuttosto che in
azione, ed in compresenza dei simboli - sorta di groviglio apparentemente
esornativo – di un altro da sé, di un altro da lei, il
quale non sapresti come tradurre dalla percezione oculare all'enunciazione
verbale), o meglio ad un corpo muliebre che ci fa venire in mente
un periodo di Parise (citato da E. Gianni):
«Finché c'è un uomo al mondo» - o una donna,
diciamo ovviamente noi - «c'è sempre una specie di
living art, di persona vivente che ti colpisce per la sua
bellezza, per la sua stranezza, per i suoi colori».
Ma perché poi, voler ad ogni costo, in nome del richiamato
e opinabile ordine, conferire una fiacca identità anagrafica
al volto dell'ambiguo; trasformare una ricchezza polifonica in una
semplice, orecchiabile melodia; togliere al mystère
la sua chiffre; privare il reale del diritto ad acquistar
fantasia e poesia col lasciarsi precedere da un ir o da un sur; vietare,
insomma, al fruitore di ricamare una sua propria storia, di ricavarla
dall'enigma? In ogni modo - a prescindere dalla pronunciata pulizia
formale, dall'amore per un puntinato degno di certe
antiche acqueforti di traduzione, da una conduzione
artistica elaborata con una miriade di tratti e trattini - , Salvatore
«scende a rispecchiare fin dentro il suo cuore», porge
libere effusioni del suo spirito e quant'altro di
sentimentale lo muove a fare arte, ben al di là del fatto contingente
d'appropriarsi d'un tema usuale come la figlia d'Eva nature, di «veder
nudo» o, meno ironicamente, di fissare una donna ignuda: quella
sola, unica donna…. ….scorgiamo che la «vis
repraesentativa» (specie, perché no, in senso
leibniziano) dell'autore è rivolta anche all'autoritratto,
vuoi dichiarato (nonostante le dita a griglia d'una mano che cerca
di nascondere la faccia) vuoi trasmutato in fantasmi che si dibattono
nel mezzo d'un contorto, improbabile paesaggio, il paesaggio dell'angoscia,
d'una psiche inquieta. |