| Il punto
ribadisce quello che è la realtà dei fatti, il punto
è libero, può fluttuare, spaziare dove vuole, la linea
delimita, chiude, circoscrive, è prigione.,, >
Insomma, il suo modo di operare, aggiungeva «è di per
sé astrazione dalla realtà, per cui si è indotti
più a ricevere una sensazione che a formularla...».
Vorrei osservare che scegliere come unità di segno il punto
e non la linea è il suo modo di dipingere: quando si entra
nell’effondersi atmosferico e materico di punti nella molteplicità
dei toni intermedi dei suoi lavori, l'iride appare sottesa in un
buio affondamento ma non cancellata.
Che poi l'artista avverta una differenza sostanziale nella liberazione
dell'immagine tra l'assemblare punti come detta la legge della complementarità
impressionista in genere e del puntillismo divisionista in particolare
è specchio della collocazione del suo «gusto»
aperto, del prevalere nella sua storia della lezione della natura
come plein air, del metodo della architettura di notazioni sensibili
dirette nel paesaggio e nella figura contro ogni limite del «quadro
storico», di gerarchie di sentimenti e di simboli. Firenze
è nell'arte contemporanea una patita del disegno ma non di
rado con la nostalgia di una immagine costruita sulla linea classica
(è noto il suo complesso rinascimentale) a costo di incorrere
nelle secche della illustrazione e della calligrafia. Non è
il caso del pittore che presento. La differenza che passa, ad esempio
tra una formulazione figurale chiaroscurata del tipo di quella eseguita
dai surrealisti storici e da taluni maestri del Novecento e il puntillismo
di Salvatore Romano sta proprio nella mobilità o levitazione
o apparizione della cosa raccontata. Anche quando lo spazio della
carta si copre più fittamente di nero, tanto da mentire il
chiaroscuro sulla luce, il polline di punti che costruisce fittissima
l'immagine non si raggela, anzi così compatta, conserva complementarità
di tocchi, una sua quasi invisibile policromia.
Posso suddividere le opere del pittore in due gruppi riconoscibili:
quello delle storie fantastiche o reminiscenze siciliane, attingimenti
al profondo di una mitologia molto personale ed estrosa; e quello
delle donne amate, ninfe e moglie tra casa e Olimpo, permissioni
e trasgressioni, quel tipo di pudica impudicizia che Dino Pasquali
mise assai bene in luce nella citata presentazione.
L'evasione fantastica è magnificamente sorretta dalla frenesia
dell'operare, fitta, accorta, amorosa, come nell'opera più
singolare e intensa del primo gruppo «Le centaure».
Scenografia inequivocabilmente surreale con quell'occhio gigantesco
dietro il portico a sorvegliare le due creature, con quel palcoscenico
in più strati trasversali, di riquadri marmorei, di ciottoli,
di prato. |