La quotidiana frequentazione di Salvatore Romano avrebbe potuto alterare un giudizio mio sulla sua opera artistica. Mi rendo conto invece che questo giudizio è rimasto sostanzialmente immutato, è quello del primo momento, lo stesso di quando ho ammirato, all’inizio della nostra amicizia, i suoi fogli. Ciò significa che l’artista è autentico, strutturato, non segue tendenze imposte dall’esterno.
Salvatore è un autore “spontaneo” che si esprime al meglio in bianco e nero e con tecnica originale: costruisce il tratto, la linea non direttamente ma attraverso dei punti in maniera che l’immagine che ne risulta sia più ricca, espressiva, pensata, travagliata, scavata, scandagliata, materia, quasi tridimensionale. E’ una tecnica lunga e defaticante e per questo caduta in disuso.
Ma la tecnica è uno strumento per Salvatore, non è fine a se stessa come succedeva per dei bravi acquafortisti del Cinque-Seicento attivi in ogni paese europeo; egli usa quello strumento per esprimere, per narrare i risultati del suo principale, perenne conflitto interiore, umano ed artistico, quello di dover mescolare, interagire i sogni con le realtà. Il suo rimane un realismo-surrealista ed un surrealismo-realista. Le due forme espressive sono e saranno per lui inscindibili, anche se in alcuni momenti prevale l’uno (il reale che è anche cultura, educazione, lo scenario mediterraneo e quello ricchissimo siciliano) o l’altro (il surreale che è fantasia, ambizioni, sdegno, aspirazioni).
I prodotti più pregiati sono quelli che riguardano la donna o meglio le donne non solo e non tanto le loro fisicità, ma tutto quello esse esprimono nell’impatto con il mondo sociale, animale, vegetale.

F. Carnevale
Firenze 04.06.2006
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