| La quotidiana frequentazione
di Salvatore Romano avrebbe potuto alterare un giudizio mio sulla
sua opera artistica. Mi rendo conto invece che questo giudizio è
rimasto sostanzialmente immutato, è quello del primo momento,
lo stesso di quando ho ammirato, all’inizio della nostra amicizia,
i suoi fogli. Ciò significa che l’artista è
autentico, strutturato, non segue tendenze imposte dall’esterno.
Salvatore è un autore “spontaneo” che si esprime
al meglio in bianco e nero e con tecnica originale: costruisce il
tratto, la linea non direttamente ma attraverso dei punti in maniera
che l’immagine che ne risulta sia più ricca, espressiva,
pensata, travagliata, scavata, scandagliata, materia, quasi tridimensionale.
E’ una tecnica lunga e defaticante e per questo caduta in
disuso.
Ma la tecnica è uno strumento per Salvatore, non è
fine a se stessa come succedeva per dei bravi acquafortisti del
Cinque-Seicento attivi in ogni paese europeo; egli usa quello strumento
per esprimere, per narrare i risultati del suo principale, perenne
conflitto interiore, umano ed artistico, quello di dover mescolare,
interagire i sogni con le realtà. Il suo rimane un realismo-surrealista
ed un surrealismo-realista. Le due forme espressive sono e saranno
per lui inscindibili, anche se in alcuni momenti prevale l’uno
(il reale che è anche cultura, educazione, lo scenario mediterraneo
e quello ricchissimo siciliano) o l’altro (il surreale che
è fantasia, ambizioni, sdegno, aspirazioni).
I prodotti più pregiati sono quelli che riguardano la donna
o meglio le donne non solo e non tanto le loro fisicità,
ma tutto quello esse esprimono nell’impatto con il mondo sociale,
animale, vegetale.
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